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- GENITORI E FIGLI: ACCOMPAGNARE LO SVILUPPO DEL BAMBINO NEI PRIMI 3 ANNI
Fin dalle prima fasi dello sviluppo, il bambino ha la capacità di costruire legami con i genitori e le persone che lo circondano; è necessario che queste siano in grado di trasformare le emozioni dei loro figli, che inizialmente sembrano prive di significato, in pensieri che possano far propri, dal momento che le emozioni spesso guidano le scelte e i comportamenti.
La psicoanalisi, partendo da una concettualizzazione delle emozioni come risposte a stimoli esterni, ha successivamente sostenuto e teorizzato l'importanza delle prime fasi dell'interazione madre-bambino per lo sviluppo delle diverse categorie emozionali.
La qualità dell'attaccamento iniziale del bambino alla madre o ad un'altra persona di riferimento influenza lo sviluppo delle competenze sociali e la qualità delle relazioni che il bambino stabilirà nel corso della sua vita. Questo accade perché, sulla base delle esperienze cognitive ed emotive, il bambino si costruisce una sorta di schema che utilizzerà per esplorare il mondo.
Con il tempo il bambino acquisisce un repertorio sempre più ampio di esperienze, ricordi, soprattutto della sua interazione con le figure genitoriali. Se tali esperienze sono stabili e coerenti vengono organizzate nella mente del bambino e sono anche la fonte della stabilità delle sue relazioni future.
Spesso accade che nel periodo intorno ai 2-3 anni, quando il figlio comincia a dire di no, i genitori si domandino come comportarsi, se sgridarlo, punirlo. Ci chiediamo come mai i figli assumono questo comportamento. Prima di quell'età il bambino vive praticamente in simbiosi con la figura materna e quella degli adulti che gli stanno vicino. Non sa dove finisca la sua individualità e quella degli altri, dove finiscano i suoi sentimenti e comincino quelli degli altri. E' come se il bambino, biologicamente nato 2 anni prima, solo ora nascesse psicologicamente, diventando consapevole di poter prendere delle decisioni; è il modo che ha per sentire di decidere indipendentemente dagli adulti e per sentirsi autonomo.
Questo periodo solitamente dura 6 mesi-un anno. Durante questo periodo gli adulti dovrebbero assumere un atteggiamento flessibile, non essere né troppo duri, né troppo cedevoli. Lasciandoci guidare dall'idea che si tratta di un comportamento passeggero, che ha una sua ragione di essere poiché corrisponde ad un “bisogno di crescita”, dobbiamo chiedergli, se è necessario anche più volte, di fare una cosa, ma non dobbiamo arrabbiarci se non la fa, a meno che non si tratti di cose importanti e pericolose. Dobbiamo soprattutto spiegargli perché continuiamo a chiedergli di fare una cosa.
Quando scelgono gesti teatrali talvolta pericolosi è importante intervenire immediatamente con autorità e con il sollievo di tutti, a partire dal piccolo che ha bisogno di trovare nel genitore una risposta decisa quando lui non riesce a controllare le sue emozioni. Quando invece la situazione non è pericolosa si può lasciare che sfoghi la sua rabbia così che, una volta scaricata (ad esempio nel gioco) potrà tornare allegro dalla madre. Inutile mostrarsi freddi o fargli la predica, atteggiamenti che potrebbero innescare il cosiddetto effetto Pigmalione. Questo si basa sul concetto che l'idea che una persona ha di un'altra, le aspettative che abbiamo si trasmettono a questa, anche se non formulata verbalmente e ne influenzano il comportamento.
Se il bambino rimane in uno stato di irritazione anche quando il capriccio si è concluso possiamo aiutarlo non tenendogli il broncio, perché il bambino deve sentire che la sua rabbia non è stata distruttiva. Inoltre possiamo aiutarlo a rilassarsi facendoli giocare con l'acqua, oppure farli giocare con la terra, i fiori, il pongo. Questo tipo di attività e il contatto con materiali fanno placare la rabbia. Inoltre è importante anche domandarsi che cosa possa aver spinto il bambino ad avere un comportamento aggressivo e imprevedibile, cercando di mettersi dalla sua parte. I capricci spesso sono un modo per attirare su di sé l'attenzione dei genitori. Come a dire: se non vi occupate di me perché sono buono, fatelo almeno perché sono cattivo. Questo può accadere, ad esempio, quando c'è un fratello e il piccolo si sente trascurato, oppure al figlio unico quando diventa grande e i genitori non dedicano più le stesse attenzioni di prima. Cercare di comprendere i motivi del comportamento del figlio e non limitarsi alla punizione, aiuta il genitore ad educare davvero il bambino, e a capire che spesso, tante domande, nascondono un'unica richiesta d'amore.
Può accadere, invece, che un bambino a due-tre anni si comporti sempre come vogliono i genitori. Sicuramente non sta creando problemi in quel momento, ma probabilmente li porta dentro di sé. Il bambino troppo docile, che non dice mai di no, non fa capricci, non cerca di imporre la sua volontà, è spesso un bambino che ha rinunciato ad imporre le proprie aspettative per compiacere quelle degli altri, e questo soprattutto per paura di dispiacere i genitori.
Dopo questa fase i genitori spesso cercano di insegnare ai propri figli ad essere responsabili per le proprie azioni e che, come si può venire lodati o premiati per aver fatto qualcosa di buono, così si può venire rimproverati e puniti per aver compiuto delle cattive azioni.
Dobbiamo però tener presente che il problema delle regole di buona educazione e quello delle norme sociali, vanno affrontati a 2 distinti livelli.
Vi è il livello della conoscenza. Nostro figlio deve giungere a conoscere le regole, a capire cosa significhi essere responsabili... e non è facile insegnare al bambino cosa sia nella sua essenza, una regola. Come favorirne la conoscenza? Spesso capita che quando un bambino combina un guaio noi lo sgridiamo, tanto più forte quanto maggiore è il danno che ha procurato. In questo modo richiamiamo la sua attenzione su quella componente di un'azione che è il risultato, lasciando nell'ombra l'altra componente, è cioè l'intenzione. Così facendo lo tratteniamo ad un modo di pensare tipico della sua età, senza aiutarlo a fare dei passi avanti nella comprensione del concetto di responsabilità.
Un altro comportamento che dovremmo evitare è quello di chiedere obbedienza senza dare adeguate spiegazioni, limitandoci a dire: “Perché è così!”, “Perché lo dico io!”.
Un altro comportamento che dovremmo evitare è quello di chiedere obbedienza senza dare adeguate spiegazioni, limitandoci a dire: “Perché è così!”, “Perché lo dico io!”.
É allora importante aiutare ed invitare nostro figlio a mettersi sempre nei panni degli altri; riflettere anche sulle intenzioni alla base delle azioni (domandarsi perchè si è fatto una certa cosa, aiutarli anche a dare un senso qualora loro non riescano a collegare l'azione con i sentimenti sottostanti), chiarire poi con il tempo (attraverso situazioni concrete) che c'è un rapporto tra le intenzioni e le sanzioni che possono accompagnarle. Dovremmo far notare a nostro figlio che non sempre ad una buona azione segue un premio, e ad un'azione cattiva una punizione, perché vi sono azioni buone che vengono ignorate da tutti, e azioni cattive che non vengono mai scoperte. Di conseguenza non si può giudicare buona o cattiva un'azione solo sulla base del fatto che essa viene punita o premiata, ma sulla base di valori come la lealtà, l'altruismo e la solidarietà.
Nella formazione morale vi è poi un secondo livello, più profondo, che riguarda non più solo il pensiero, ma la vita affettiva ed emotiva. Non basta conoscere regole e norme, bisogna rispettarle anche quando si è soli, senza nessuno che lodi o punisca. Bisogna cercare di sviluppare nel nostro bambino delle “forze interne”, che lo inducano a rispettare certe regole. Ora, se il bambino trova nei genitori dei modelli positivi e stabili, e se i suoi rapporti affettivi con lui sono buoni, tende ad identificarsi con loro, a far propri i loro valori e il oro modo di comportarsi. Accade così che la voce dei genitori, la quale esorta a fare certe cose dicendo che sono giuste, diviene una voce interna, che guida e sostiene le scelte.
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